Racconto / Short story

Perla e i colori

Fin da quando era piccola, Perla si aggirava fra le tele dipinte di suo padre… Forse da questo nacque la sua ossessione per i colori. Per lei il colore era tutto: quando si trattava di scegliere un libro, un vestito, un elastico per i capelli, l’inchiostro, e perfino il cibo, aveva sempre il suo consigliere: il colore.

Andando in libreria non guardava, no, il titolo di un libro, né l’autore, ma si lasciava sedurre dal colore della copertina e dal suo dorso. Rimaneva ore a fissare il dorso dei libri, fintanto che un colore spiccasse sugli altri.

L’altro suo luogo erano le gelaterie. Si divertiva a osservare i gusti del gelato: la incantava il Verde del pistacchio, il Bianco della panna, il Marrone del cioccolato, e affondava la sua fantasia in essi.

I colori erano i suoi migliori amici: alcuni più freddi, altri più calorosi. Si nutriva di loro, delle loro sfumature, che rappresentavano i loro sbalzi di umore. Dava loro una vita, una forma, una consistenza, un gusto a tal punto che qualche volta le veniva voglia di mangiarli… Le piaceva far andare d’accordo quelli più simili, e qualche volta tentava anche di vedere che cosa succedeva avvicinando due tonalità opposte. A volte i suoi esperimenti azzardati risultavano vincenti: due colori opposti non riuscivano più a separarsi, dando origine a miscele sorprendenti. Se li vedeva spenti, sbiaditi, cercava di dar loro un po’ di lucentezza.

Molto spesso le capitava di tornare a casa e di sorprenderli a litigare; un giorno, invece, dopo la solita passeggiata mattutina con l’Azzurro, aveva visto un luccichio, che catturò la sua attenzione… si trovava davanti qualcosa che non aveva mai visto prima: il Verde e il Blu si erano accoppiati dando origine a una nuova creatura straordinaria, che Perla fu molto contenta di poter accogliere nella sua grande famiglia…

I suoi preferiti erano i colori ambigui, queli ricchi di sfumature, dei quali era difficile dare una definizione, ai quali era difficile attribuire un nome. Le piaceva molto dar loro dei nomi.

Dunque i colori erano la sua guida, i suoi migliori amici, nonché i suoi compagni di gioco, i suoi fratellini.

La mattina le piaceva vedere l’Azzurro con cui faceva una passeggiata al parco nella brezza mattutina… Il pranzo lo trascorreva con il Verde, il cui posto preferito era il ristorante vegetariano. Poi andava a fare il riposino con un Arancione avvolgente. Lui si divertiva a farle il solletico, e Perla ogni volta, dopo aver riso a crepapelle, si abbandonava fra le sue braccia.

Quando si svegliava, le piaceva scherzare con il Bordeaux, che, oltre a essere un giocherellone, era anche molto saggio, e le dava buoni consigli. Ma il suo preferito era il Rosso vino. Le piaceva guardarlo: stavano in silenzio per ore. Lei era innamorata di lui, che, con la sua luce rapinosa, la catturava, e quando lei provava a sedurlo con un complimento, lì per lì s’imbarazzava, per poi risfoderare il suo fascino totalizzante. Quel Rosso aveva come lontano parente un Nero, che gli conferiva una certa solennità… Il Rosso vivo, certo, col suo fulgore provocante, era più acceso del suo avo… A lei piaceva portarlo con sé alle feste! Per il Verde provava una specie di timore reverenziale, lo consultava per le decisioni più difficili. Il Giallo, col suo perenne sorriso smagliante, a volte la irritava, soprattutto quando era triste. Il Marrone era molto materno con Perla, e lei trovava sempre conforto in lui.

Come a ogni colore attribuiva un nome di persona, così a ogni persona che conosceva attribuiva un colore, cosicché spesso le capitava di confondersi, anche in pubblico, e di non essere capita…

Ai colori corrispondeva anche un numero, un odore, una sensazione. Quindi il suo linguaggio non era fatto né di parole, né di note musicali, ma di colori!

Era sempre circondata da loro ovunque andasse, le danzavano intorno e le ricordavano tante cose.

Un giorno, però, i colori cominciarono a sbiadirle davanti, e a somigliarsi sempre di più. All’inizio non voleva accettarlo, pensava di essere stanca. Poi questa uniformità nel vederli diventò sempre più accentuata, e infine si limitò a vederne solo due: il Grigio e il Nero. Come se la tavolozza si fosse tutta mischiata, scurendo l’insieme sempre di più. Continuava a domandarsi dove fossero finiti i suoi amici, i suoi fedeli confidenti, i suoi fratellini di giochi. Li cercò in giro dappertutto, fintanto che non si rese conto che non li avrebbe più rivisti.

Disperata, si chiuse in una stanza buia e non voleva più uscire di lì.

A niente valevano i richiami dei genitori, del fratello, dell’amica del cuore. Lei non voleva più confrontarsi col mondo grigio e nero, non voleva ammettere di non riuscire più a vederlo multicolore, volteggiante intorno a lei come le ali di una farfalla.

L’unico modo per rivedere i colori era lo specchio. E infatti, quando si specchiava, Perla non vedeva la propria immagine riflessa, ma le apparivano i colori, che rappresentavano la sua anima. Tutte le volte, però, anche i colori più luminosi erano disturbati da punti neri, che qualche volta disegnavano strisce, o assumevano altre forme, a seconda dei dubbi, degli sbagli, delle angosce che tormentavano il suo cuore.

Le capitava d’illudersi lì per lì che quei maledetti punti neri fossero spariti. Ma ecco che li vedeva riaffiorare ancora più radicati e strafottenti, che sembravano quasi farsi beffa di lei, salutandola dallo specchio.

A volte rimaneva incantata ore e ore a fissare i colori più straordinari, che le ricordavano i suoi pensieri più belli, esperienze indimenticabili… Aspettava sperando che le ombre, le parti più oscure si dileguassero per lasciare definitivamente spazio alla luce! Eppure questo non succedeva mai. E anche nel caso in cui i colori componevano un dipinto armonioso, non comparivamo mai tutti insieme.

Un giorno, proprio il giorno in cui prese consapevolezza dei lati di sé che aveva da sempre disprezzato e che non era mai riuscita a accettare, specchiandosi vide qualcosa di inaspettato: la sua immagine componeva un arcobaleno perfetto. Perla era felice.

 

Pearl and her colors

 

From the time she was a baby, Pearl often wandered around amidst her father’s paintings. Perhaps this is why she became so obsessed with colors. For Pearl color was everything. When she had to choose a book, a dress, an elastic band, some ink, or even something to eat, her best advisor was always color.

When she went into a bookshop, she didn’t look at a book’s title nor its author, she was only interested in the color of a book’s cover. She spent hours looking at the spines of books, until one color predominated over the others for her to choose.

Another favorite place of hers was the ice-cream parlor. There she had a good time looking at all the ice cream flavors. She was enchanted by the Green of the pistachio, the White of the cream, the Brown of the chocolate and she submerged her own imagination in them.

They were her best friends. Some were more cold, some more warm. She nourished herself with them, with their nuances, which expressed their changes of mood. She gave them a life, a shape, a consistency and a taste, so much so that sometimes she was tempted to eat them.

She liked to match them, to ensure that the most similar colors were getting along well one with one other. And sometimes she tried to see what would happen when she brought two opposite tones together. Sometimes her daring attempts proved successful, when two opposing colors would no longer separate, breeding extraordinary mixes instead.

Very often when Pearl returned home she found her friends fighting. Once, however, after her usual morning walk with light Blue, she saw a glittering that caught her attention. She had found herself in front of something she had never seen before: A Green and Blue who had joined, giving birth to a new and wonderful creature that Pearl was very glad to introduce into her big family.

Her favorite colors were ambiguous, full of nuance and difficult to define. She liked to name them anyway and when they looked pale, she was tried to brighten them up.

After her walk in the park with Blue, in the morning breeze, she would have her lunch with Green, who always took her to the Vegetarian Restaurant, her favorite. And after that she would take a nap with a very enveloping Orange. He had a good time tickling Pearl and she abandoned herself into his arms every time, after splitting her sides with laughter.

When she would wake up in the morning, she liked to joke with Bordeaux, who was not only a playful person, but also a very wise counselor. Her favorite company though was Red wine. She liked to look at him while they remained in silence for hours. She was in love with him as he had captured her heart with his fascinating light. When she would try to seduce him with a compliment, at first he would turn a deep red, revealing his charm all over again.

Red wine had a distant relative, a Black, who gave him a certain solemnity. Bright Red, of course, with his provocative radiance, was more brilliant than his ancestor and Pearl liked to take him with her to parties! She had a shy, reverential attitude towards Green and she would consult him when making difficult decisions. Yellow, with his perennial dazzling smile, sometimes irritated her, especially when she was sad. Brown was very maternal with Pearl and she always took comfort in him. Pearl was in awe of Violet.

She was indeed surrounded by colors wherever she went. They danced around her and reminded her of many things. Her private language was made up not of words nor musical notes but of colors! She gave every color a person’s name and she assigned a color to each person she knew. She also gave each color a number, a smell and a sensation. With so much going on it often happened that she got mixed up, and when she was in public, she was often misunderstood.

One day however all of Pearl’s colors began to grow pale before her eyes and they continued to fade until each color more or less resembled its neighbor.

At the beginning she didn’t want to accept this occurrence. She thought that maybe she was just tired and not seeing clearly. As time passed however this uniformity in her perception became more and more evident until finally she could only perceive two colors: Grey and Black. It was as if her color palette was all mixed together, becoming more and more dark. She kept wondering where her colors had disappeared to, her dear friends, her loyal confidants, and her playful brothers. She looked for them everywhere until she finally realized that she would never see them again.

Desperate, she locked herself in her dark bedroom, wishing never go out again. Pearl’s parents, her brother and her best friend all tried to reach out to her, to convince her to open her door, but their efforts were in vain. Pearl didn’t want to face a black and grey world, she did not want to admit that her world was no longer made of many colors, softly circling around her like butterfly wings.

The only way she could find to see colors again was to look in the mirror. And in fact, when she looked in the mirror, Pearl did not see her image reflected,

she saw colors instead; colors which spoke of the state of her soul. Each time she looked in the mirror however, even the most luminous colors were marred with black dots, which sometimes became stripes or other shapes, according to the doubts, mistakes and anxieties which tormented her heart. Sometimes she imagined that these troublesome black dots had disappeared, but then she would see them reappear all the more insistently. It seemed as if they were almost making fun of her while studying her reflection.

From time to time she was enchanted by her visions and she remained fixated for hours on the most extraordinary colors she saw, colors that reminded her of her most beautiful and memorable thoughts. Meanwhile she hoped that the shadows and obscure passages of the colors she saw would recede and make permanent way for the light. But this never happened, alas. Even when the colors aligned themselves in a harmonious array, they never appeared completely together again.

One day, the very day in fact that Pearl became fully aware of the aspects of herself which she had always disliked and could never accept, while looking in the mirror, she saw something completely unexpected: she saw that her reflection was indeed made up of a full spectrum of color, forming a perfect rainbow. Pearl was happy.

 

 

 

Pragmatica del discorso e della conversazione

Introduzione (Ines Adornetti)

Nell’introduzione Ines Adornetti sottolinea l’importanza del discorso e della conversazione, sostiene che il linguaggio e la comunicazione siano due fenomeni non così distant quanto si pensa- l’essenza del linguaggio è la comunicazione.

Def. linguaggio (treccani): Facoltà, propria della specie umana, di esprimersi e comunicare mediante segni vocali.

Def. comunicazione (treccani): Trasmissione ad altri di informazioni

La dimensione microelaborativa (responsible della corretta formation delle strutture frasali) assume un’importanza marginale rispetto a quella macroelaborativa (deputata all’organizzazione delle relazion tra enunciati per la formazione di strutture testuali coerentemente organizzate e adeguatamente ancorate ad un preciso contesto di produzione/comprensione.

1. Teun A. van Dijk (Discorso, contesto e cognizione)

D. dà una spiegazione cognitiva della comprensione e produzione del discorso.  Dimostra tale rilevanza attraverso la spiegazione del contesto in termini di costruzioni mentali soggettive che i participanti fanno delle proprietà rilevanti degli eventi comunicativi. I modelli mentali sono rappresentazioni soggettivi, e probabilmente parziali della realtà.

2. Giora (Aspetti cognitivi e sociali della coerenza)

Giora mette in discussione la teoria secondo la coesione era un elemento necessario e sufficiente per la coerenza discorsiva. Secondo Giora gli elementi necessari per la coerenza sono tre

  1. il requisito di pertinenza: un discorso per essere pertinenti deve contenere un membro prototipico

2. il requisito di gradiente di informativita’: un discourse deve avere una struttura gerarchica, vale a dire deve essere ordinato linearmente dalla proposizione meno informativa a quella più informative

3.  il gradiente di salienza: un significato, sia letterale che figural, è saliente se è codificato nel lessico mentale; non è saliente se non è codificato ma depende, per la sua decodifica, da procedure derivazionali.

3. Ferretti (La mente discursiva. Lo spazio e il tempo a fondamento del flusso parlato)

Ferretti pone l’attenzione sulla dimensione macroelaborativa rispetto a quella microelaborativa e in particulare si focalizza sui sistemi cognitivi che servono per la comunicazione: la capacità di viaggiare mentalmente nel tempo e nello spazio coinvolge l’ippocampo che è la stessa area del cervello impiegata per la comunicazione. Nè la pertinenza ( teoria di Sperber e Wilson secondo cui il significato di un’espressione comunicativa debba essere interpretato in riferimento a ciò che il parlante intende dire), nè il mindreading, cioè la capacità di leggere la mente altrui, bastano; serve la capacità di viaggiare mentalmente nello spazio e nel tempo per comunicare in maniera efficace. Ferretti mette in discussione la teoria universale di Chomsky seconda la quale il linguaggio coinvolge un modulo mentale isolato.

4. Erica Cosentino (Dalla frase al discorso, ma non in quest’ordine: come il nostro cervello mette in discussione l’idea del primato della frase)

Erica Cosentino mette in discuossione l’idea che i processi localii di composizione semantica della frase abbiano precedenza rispetto ai processi globali di integrazione dell’informazione a livello del discorso. Dunque mette in discussione il minimalismo, secondo il quale il contributo semantico di una parola coincide con il suo senso lessicale codificato, a favore del contestualismo, secondo cui i fattori contestuali globali possono avere priorità su quelli locali

5. Maria Mazzer (”Mi hai tolto le parole di bocca”. Come i mechanism di anticipazione intervengono nella conversazione)

Maria Mazzer nel suo articolo sottolinea l’importanza dell’anticipazione e della simulazione nella conversazione (conversazione intesa come cooperazione dei partecipanti).

Siccome tali meccanismi sono fondamentali nelle interazioni sociali per prevedere il comportamento altrui Maria Mazzer giunge alla conclusione che il linguaggio si serve di meccanismi cognitivi extra-linguistici.

In conclusione Maria Mazzer confuta la teoria chomskyana secondo la quale il linguaggio è un modulo cognitivamente isolato. Gli autistici, che hanno problemi sia di comunicazione che di interazione sociale a causa di un deficit della capacità di mentalizzare, sono un esempio di ciò.

6. Alessandra Chiera (Passo a due. Sintonizzazione mentale e allineamento conversazionale).

Alessandra Chiera nel suo articolo sottolinea l’importanza dell’allineamento ovvero la capacità dei partecipanti della conversazione di sintonizzarsi. ”Il filo rosso che lega i passi dei soggetti coinvolti è la fusione della mente in un’unità sincrona” in quanto la comunicazione è un’attività co-operative centrata sulla ricostruzione congiunta di frammenti.

7. Ines Adornetti (Deficit del discourse e della conversazione: il caso dei traumi cranio-encefalici e della demenza di Alzheimer):

Ines Adornetti nel suo paper analizza le caratteristiche principali dei disturbi linguistici e comunicativi riscontrabili nei trauma cranio-encefalici (TBI) e della demenza di Alzheimer (AD). In entrambe le patologie è compromessa la dimensione pragmatica e del discorso. Ciò mette in rilievo l’importanza della dimensione discorsiva su quella della frase. Gli studi in question mettono in luce che la coerenza del discorso non dipende da meccanismi specific per il linguaggio ma da più general dispositivi esecutivi coinvolti nella pianificazione dell’azione. L’espressione funzioni executive (FE) è un termine anello che comprende un’ampia gamma di processi e capacità cognitive il cui principle substrato neurale è costituito dalle aree della corteccia prefrontale. Da un punto di vista general, la maggior parte degli studiosi caratterizza le funzioni esecutive come i processi di ordine superior necessari per guider il comportamento verso un obiettivo in contesti non abituali e in situation complesse e conflittuali. Ad es. secondo Lez. le funzioni executive permettono di formulare obiettivi, di pianificare e portare a termine i piani in maniera efficace. Welsh e Penn definiscono le funzioni executive come la capacità di mantenere un appropriate set di problem solving per il conseguimento di un obbiettivo futuro.

 

PATOLOGIE DEL LINGUAGGIO:

 

AFASIA:  deficit microlinguistico; normale macrolinguistico

AD (ALZHEIMER DISEASE): normale microlinguistico; deficit macrolinguistico

TBI (TRAUM BRAIN INJURY): normale microlinguistico; deficit macrolinguistico

AUTISMO: normale microlinguistico; deficit macrolinguistico.

 

 

 

Vincolo

Ho usato la parola “coefficiente”, per poi sorprendermi della ricchezza del suo significato e del meraviglioso paradosso che contiene. Cos’è un coefficiente? Prendiamo come esempio una retta passante per l’origine. Ora, la sua equazione generica avrà questa forma

y= mx

dove y  e x  sono due variabili ed m  è il coefficiente, chiamato angolare perché individua la pendenza della retta in questione. Il coefficiente è quel che pone due proprietà in una relazione, in un vincolo.

È quel qualcosa che ti permette di eguagliare due proprietà e allo stesso tempo di renderle diverse. Che spettacolare controsenso!

È dal coefficiente che dipendono le sorti della retta. Se è uguale a zero, allora la prima variabile sarà nulla e la retta risultante sarà parallela all’asse x  (a).

Se invece è uguale ad uno, la retta taglierà il quadrante perfettamente a metà e si chiamerà bisettrice (b).

Per tutti gli altri valori (m =n , dove n  è un numero qualsiasi diverso da 0 e da 1), avremo una retta la cui pendenza è asimmetrica, sarà diciamo sbilanciata (c).

Considerando una qualsiasi grandezza fisica (e.g. densità), ogni sostanza è dotata di un coefficiente specifico (e.g. l’acqua a temperatura ambiente ha una densità di 0,9970479 g/cm3 ), con cui si individua il particolare ed unico comportamento di quella sostanza in relazione a quella data grandezza fisica. Il coefficiente diventa quindi l’espediente con cui esprimere l’unicità di una sostanza, il mezzo con la quale ogni cosa è distinguibile dall’altra, discernibile.

Il coefficiente crea un vincolo. Ah, a proposito di vincolo! In Argentina la traduzione di “vincolo” è “legame”, né più né meno. È stata una bella sorpresa scoprirlo, dopo essere rimasta indispettita da chi -Nelson- stava descrivendo la nostra relazione umana con il termine “vincolo”. Mi ero già sentita soffocare, già recriminavo il mio diritto all’indipendenza, già farfugliavo in castigliano confuso parole contro gli obblighi e a favore dell’abolizione delle catene. Per fortuna sono stata prontamente fermata. È in italiano che “vincolo” ha una marcata sfumatura restrittiva, biunivoca, esclusiva. C’è da dire che l’etimologia sta dalla parte degli argentini, in quanto deriva dal latino “vinculum” e letteralmente significa legame. Comunque, secondo la fisica -in particolare la meccanica- il vincolo è una qualsiasi limitazione al movimento di un corpo. Forse mi sono lasciata guidare un po’ troppo dall’interpretazione scientifica. Avevo sempre inteso il termine “vincolo” come “lo spazio in mezzo” (il medium) tra due o più oggetti o persone, in cui si presuppone mancanza di equilibrio. Partendo da questo assioma -errato-, visualizzavo rapporti di attività/passività o forza/debolezza, rigettando quella parola. Ed il diritto mi da ragione, come la Treccani spiega con parole tanto ostiche come “in diritto, l’«assoggettamento» o la «soggezione» di una persona in quanto titolare, dal lato passivo, di una situazione cui fa riscontro un diritto soggettivo altrui”.

Chiudendo gli occhi ho immaginato il vincolo, che ora rappresento graficamente così:

Mi accorgo poi che queste rappresentazioni non sono altro che una versione meno geometricamente accurata -seppur molto geometrica- delle rette con coefficiente uguale a 0 (a) e coefficiente uguale a n  (c) rispettivamente. Allora capisco quando un rapporto umano non è nocivo, e quando lo è. E allora capisco quando il vincolo è solo un laccio e quando invece diventa catena. Quando il coefficiente è nullo, non c’è pendenza nella retta. Quando il coefficiente è nullo, non c’è squilibrio, sproporzione, rapporto di potere in una relazione, ma parità. L’assetto è lineare, così come l’equazione che ne deriva (un’equazione è lineare quando presenta un’unica variabile). Ma quando il coefficiente prende il valore di n , la retta inizia ad inclinarsi e l’uguaglianza nel rapporto ad incrinarsi ed è così che il legame si trasforma in obbligo. E più il valore del coefficiente si discosta da zero, più la situazione diventa allarmante.

Rimango affascinata da come la geometria, seppur così astratta, sia tanto illuminante ed efficace quando applicata ai rapporti umani.

Ma ritorniamo un attimo alla linguistica. Esiste per fortuna un altro significato, un altro senso, che non è il sesto. Anzi, ora che ci penso, forse è proprio questo il sesto senso. Insomma, parlo del senso figurato, secondo il quale il vincolo non è altro che un “legame di natura affettiva, morale, sociale” -come sempre la Treccani precisamente spiega.

Un legame di amicizia, per esempio. Precisamente quello di cui Nelson, ingiustamente accusato, stava parlando.

(Giulia Cina)

Valutazione di un insegnante

Allora, prima di affrontare questo argomento così ampio e arduo da trattare occorre partire da un presupposto: gli insegnanti sono esseri umani. Può sembrare assolutamente ovvio e banale, ma è importante postularlo, perché ciò giustifica molti dei difetti riscontrabili in un professore.

Considerato ciò è fondamentale stabilire dei parametri di valutazione. Essi riguardano due ambiti: uno puramente didattico; un altro più ampio che si estende ad un livello ‘umano’. Rispettivamente, il primo: preparazione, chiarezza e coerenza nell’esposizione, capacità di semplificare gli argomenti che risultano più ostici, essere in grado di gestirsi un programma attraverso l’equilibrata ripartizione del tempo in spiegazioni (atte ad agevolare la mole di lavoro che lo studente si ritroverà ad affrontare da solo) e interrogazioni (momenti, ahimè fondamentali, per verificare quanto si è appreso); il secondo: riuscire ad interessare lo studente trasmettendogli la propria passione, incoraggiarlo a migliorare attraverso lodi o correzioni volte ad una costruzione positiva, dare un esempio da seguire non soltanto a livello puramente didattico, ma anche propriamente umano. E cosa intendo per umano? Mi viene subito da parlare dell’ideale di ‘humanitas’ (ogni riferimento è puramente casuale) che è creato dall’unione del ‘mos maiorum’ con lo stoicismo. Del resto tutto ciò che apprendiamo sui banchi va poi elevato o comunque riapplicato alla vita concreta, altrimenti l’insegnamento in sé perde di senso, viene svuotato dei suoi presupposti. Questo vale anche, e soprattutto per il professore, che dovrebbe essere l’esemplificazione massima della realizzazione dei ‘precetti’ attraverso l’individuo. Un buon professore, a mio avviso è colui che ti lascia intravedere la bellezza e la grandezza dell’argomento che tratta e che attraverso di esso tende al miglioramento di sé stesso. In concreto, un valido insegnante è colui che dimostra di aver assimilato, fatto propri i concetti che insegna attraverso un comportamento retto, corretto e moralmente giusto, oltre che equilibrato e consapevole dei propri limiti. In questo sono kantiana poiché ritengo che sia proprio il dovere a renderci liberi e la costatazione della nostra piccolezza ad avvicinarci all’infinito. Dopo aver elencato i parametri ora passo a considerare le modalità di valutazione e soprattutto coloro che, secondo me, dovrebbero potere/ dovere esprimere il loro giudizio.

La scuola, che è un diretto riflesso della società è il primo microcosmo nel quale l’individuo s’imbatte e per questo dovrebbe anche essere, o per lo meno aspirare ad essere, il più perfetto. Ruolo del professore è proprio quello di contribuire a renderlo tale, proteggendolo dai turbamenti o dalle cattive influenze provenienti dall’esterno (secondo il concetto di educazione negativa proposta da Rousseau nell’’Emile’). Per far si che tale microcosmo sia quanto più perfetto è necessaria una gerarchia che prevede l’obbligo legale nonché morale del proprio operato al proprio superiore. La gerarchia consiste in: preside, insegnati e studenti(dall’alto verso il basso). Si tratta di una gerarchia di poteri burocratici che tuttavia non debba limitare la libertà d’espressione dello studente, suo diritto-dovere, considerato il fatto che lo studente è il diretto destinatario nonché fruitore dell’istituzione scolastica. A mio avviso dovrebbe essere istituita una legge che difenda i diritti dello studente: lo studente deve avere l’onore nonché l’onere di esprimere periodicamente la propria opinione, argomentandola in maniera dettagliata, relativamente all’operato degli insegnanti: al loro modo di approcciare i testi e parallelamente al loro modo di rapportarsi con gli alunni stessi. Qualora lo studente senta di essere stato scoraggiato o addirittura abbandonato nel suo percorso di formazione è assolutamente necessario che debba poter esprimere il suo pensiero, come di consuetudine. Per evitare i casi in cui la svogliatezza, la pigrizia e il totale disinteresse nei confronti della scuola prevalgano sulla sincerità è compito del preside dopo aver accolto le esigenze degli studenti, valutare attentamente la validità delle opinioni raccolte e nel caso verificarne di persona la veridicità, assistendo in maniera rigorosamente non programmata alle lezioni. Il professore potrebbe sentirsi oppresso? Egli deve solamente svolgere la propria lezione normalmente senza preoccuparsi, nella calma del suo rispetto del dovere. Il preside, dopo aver affrontato delle lamentele che presentano argomentazioni costanti e verificatane la veridicità deve prendere provvedimenti, qualora la via dialettica con il professore stesso non sortisca gli effetti desiderati. È giusto che ogni componente della scuola, anche di un gradino inferiore, possa e soprattutto debba periodicamente esprimere la propria opinione relativamente agli altri membri. Spetta poi a chi di dovere prendere provvedimenti, sia positivi che negativi. Tale sistema è volto al miglioramento: ognuno, dovendo esser poi valutato, è spinto a dare il meglio di sé.

Lessico e semantica

Esempi di polisemia

  1. La mia domanda, per i linguisti e non, è se le accezioni del termine ‘passato’ ossia ‘tempo verbale’ e ‘passato di verdure’ hanno una relazione tra di loro oppure no, ossia se si tratta di un esempio di omonimia oppure di polisemia.

2.  Un’altra cosa su cui vorrei farvi soffermare è il termine ‘paper’ che vuol dire sia ‘foglio’ che ‘saggio’. Ciò è un esempio del fatto che l’italiano e l’inglese ritagliano in modo diverso gli stessi concetti. La parola inglese ‘paper’ copre il segmento concettuale espresso in italiano da più elementi lessicali: ‘foglio’ e ‘saggio’. L’inglese è un esempio di lessicalizzazione sintetica, mentre l’italiano è un esempio di lessicalizzazione analitica. Il procedimento sintetico è il procedimento in base al quale un contenuto è per così dire ‘compresso’ in un singolo elemento lessicale; il procedimento (analitico) è quello per cui un contenuto è invece distribuito su più elementi lessicali.

3. La parola ‘scontare’ è un altro esempio di polisemia. Tale parola deriva dal latino ‘’ex’’ + ‘’comp’tare’’ sincope di ‘’computare’’ ossia ‘’calcolare’’ e vuol dire letteralmente ‘’detrarre dal conto’’ > ‘ti faccio lo sconto’’; per estensione, e per il principio di ‘co-composizione’, quando è combinato con ‘pena’ vuol dire ‘’prevedere’’, ‘’dare per certo un fatto prima che si verifichi’’.

4.‘’Rivista’’ è scomponibile in ‘’ri’’ + ‘’vista’’ e vuol dire ”vista due volte” così come ”bis cotto” e scomponibile nelle parole ”bis” ossia ”due volte” e ”coctus” ossia ”cotto” e vuol dire pertanto ”pane due volte cotto”.

5. Il termine inglese ‘’draught’’ è un altro esempio di polisemia. Esso infatti vuol dire sia ‘’bozza’’ che ‘’corrente’’ che ‘’pinta’’. Tutte e tre le accezioni significano qualcosa di non ben definito, di approssimativo.

6. Anche il termine ‘’indice’’ è un altro esempio di polisemia, poiché indica sia un dito di una mano che ‘’l’indice del libro’’. Entrambi derivano dal verbo latino ‘’indicare’’.

7. Complesso: complicato; punto debole.

8. ‘’Pretenzioso’’ deriva da ‘’pretendere’’?

9. ‘’Sharp’’ è un altro esempio di polisemia, perché vuol dire sia ‘’tagliente’’ che ‘’intelligente’’.

10. Un altro esempio di omonimia è ‘’fan’’ che vuol dire sia ‘’ventilatore’’ che ‘’sostenitore’’.

11. Un esempio di legamento selettivo. Tale principio può essere spiegato ricorrendo ad esempi di combinazioni aggettivi-nome, come quello che segue:

‘’suono acuto’’

‘’mente acuta’’

L’aggettivo ‘acuto’ è polisemico: nel primo caso significa ‘’l’opposto di grave’’, nel secondo caso ‘’intelligente’’. Nel processo di selezione l’aggettivo significa cose diverse se è combinato con nomi diversi.

12.  E lo stesso vale per l’aggettivo inglese ‘’sharp’’ che a seconda del sostantivo a cui si lega può voler dire ‘’affilato, tagliente, acuto, chiaro, limpido, arguto, scaltro, sveglio, intelligente, pungente’’

E a proposito della stessa parola ‘’sharp’’ vorrei farvi notare che si usa in contesto musicale per indicare ‘’il diesis’’, che è ‘’acuto, tagliente’’ (un semitono in più rispetto alla nota principale) rispetto al ‘’bemolle’’ che in inglese si traduce con ‘’flat’’ che è un altro aggettivo polisemico e vuol dire ‘’piatto, scialbo’’ (a seconda del contesto) e se usato come sostantivo vuol dire ‘’appartamento’’.

13. Un altro esempio di polisemia è il boa (animale) e la boa (oggetto).

14. Un ultimo esempio di polisemia è la parola ‘’chair’’ che vuol dire sia ‘’sedia’’ che, per estensione ‘’capo’’ (di una società). Si tratta di nuovo di una lessicalizzazione sintetica.

 

15. Un esempio di omonimia: ‘’fan’’ come ‘’ventilatore’’ e come ‘’sostenitore’’.

 

16. Un esempio di omonimia è ‘’lie’’ che vuol dire sia ‘’giacere’’ che ‘’bugia’’.

 

17. ‘’Coperta’’ è il contrario di ‘’scoperta’’.

 

18. Un altro esempio di polisemia è la parola ‘’chair’’ che vuol dire sia ‘’sedia’’ che, per estensione, ‘’capo’’ (di una società). Si tratta di nuovo di una lessicalizzazione sintetica.

19. Un altro esempio di omonimia è il sostantivo ‘’cancello’’ e la prima persona singolare del verbo cancellare.

20. L’aggettivo polisemico ‘’terrific’’ vuol dire sia ‘’spaventoso’’ che ‘’eccellente’’. Tale aggettivo è interessante perché può assumere sia un’accezione positiva che negativa.

21. La parola ‘’work’’ è un altro esempio di polisemia in quanto può essere sia ‘’lavoro’’ come sostantivo che ‘’funzionare’’ come verbo.

22. Un altro esempio di polisemia è il termine ‘’fine’’ che vuol dire sia ‘’la fine’’ che ‘’il fine’’ (se usato come sostantivo) che ‘’fine’’ (come aggettivo).

23. Un altro termine interessante è: ‘’riuscire’’ che vuol dire ‘’uscire due volte’’.

24. Il termine ‘’aspetto’’ vuol dire sia apparenza che tempo (accezione sia visiva che temporale); aspetto è anche la prima persona singolare del verbo ‘’aspettare’’.

25. Sia la parola inglese ‘’rumors’’ che ‘’rumore’’ derivano dalla parola Latina ‘’rumor’’: in italiano tale termine ha mantenuto un’accezione neutra; in inglese ha assunto quella di ‘’gossip, voci, storia di dubbia provenienza’’.

Limiti

Sfido i miei limiti

Rincorro i miei simili.

 

Sfogo, rimpianto

Straziante compianto

Di morte d’identità

Perché non sei qua

Tu che mi hai privato della mia verginità

 

Eclettico ticchettio

Di frenetico semaforo del nulla

Dalla culla

Alla bara

Senza lordo e senza tara.

 

Non c’è risarcimento

Solo la voce del vento

Pesante

Grondante

Di fragile tepore.

 

Ho una natica

Lunatica.