Vincolo

Ho usato la parola “coefficiente”, per poi sorprendermi della ricchezza del suo significato e del meraviglioso paradosso che contiene. Cos’è un coefficiente? Prendiamo come esempio una retta passante per l’origine. Ora, la sua equazione generica avrà questa forma

y= mx

dove y  e x  sono due variabili ed m  è il coefficiente, chiamato angolare perché individua la pendenza della retta in questione. Il coefficiente è quel che pone due proprietà in una relazione, in un vincolo.

È quel qualcosa che ti permette di eguagliare due proprietà e allo stesso tempo di renderle diverse. Che spettacolare controsenso!

È dal coefficiente che dipendono le sorti della retta. Se è uguale a zero, allora la prima variabile sarà nulla e la retta risultante sarà parallela all’asse x  (a).

Se invece è uguale ad uno, la retta taglierà il quadrante perfettamente a metà e si chiamerà bisettrice (b).

Per tutti gli altri valori (m =n , dove n  è un numero qualsiasi diverso da 0 e da 1), avremo una retta la cui pendenza è asimmetrica, sarà diciamo sbilanciata (c).

Considerando una qualsiasi grandezza fisica (e.g. densità), ogni sostanza è dotata di un coefficiente specifico (e.g. l’acqua a temperatura ambiente ha una densità di 0,9970479 g/cm3 ), con cui si individua il particolare ed unico comportamento di quella sostanza in relazione a quella data grandezza fisica. Il coefficiente diventa quindi l’espediente con cui esprimere l’unicità di una sostanza, il mezzo con la quale ogni cosa è distinguibile dall’altra, discernibile.

Il coefficiente crea un vincolo. Ah, a proposito di vincolo! In Argentina la traduzione di “vincolo” è “legame”, né più né meno. È stata una bella sorpresa scoprirlo, dopo essere rimasta indispettita da chi -Nelson- stava descrivendo la nostra relazione umana con il termine “vincolo”. Mi ero già sentita soffocare, già recriminavo il mio diritto all’indipendenza, già farfugliavo in castigliano confuso parole contro gli obblighi e a favore dell’abolizione delle catene. Per fortuna sono stata prontamente fermata. È in italiano che “vincolo” ha una marcata sfumatura restrittiva, biunivoca, esclusiva. C’è da dire che l’etimologia sta dalla parte degli argentini, in quanto deriva dal latino “vinculum” e letteralmente significa legame. Comunque, secondo la fisica -in particolare la meccanica- il vincolo è una qualsiasi limitazione al movimento di un corpo. Forse mi sono lasciata guidare un po’ troppo dall’interpretazione scientifica. Avevo sempre inteso il termine “vincolo” come “lo spazio in mezzo” (il medium) tra due o più oggetti o persone, in cui si presuppone mancanza di equilibrio. Partendo da questo assioma -errato-, visualizzavo rapporti di attività/passività o forza/debolezza, rigettando quella parola. Ed il diritto mi da ragione, come la Treccani spiega con parole tanto ostiche come “in diritto, l’«assoggettamento» o la «soggezione» di una persona in quanto titolare, dal lato passivo, di una situazione cui fa riscontro un diritto soggettivo altrui”.

Chiudendo gli occhi ho immaginato il vincolo, che ora rappresento graficamente così:

Mi accorgo poi che queste rappresentazioni non sono altro che una versione meno geometricamente accurata -seppur molto geometrica- delle rette con coefficiente uguale a 0 (a) e coefficiente uguale a n  (c) rispettivamente. Allora capisco quando un rapporto umano non è nocivo, e quando lo è. E allora capisco quando il vincolo è solo un laccio e quando invece diventa catena. Quando il coefficiente è nullo, non c’è pendenza nella retta. Quando il coefficiente è nullo, non c’è squilibrio, sproporzione, rapporto di potere in una relazione, ma parità. L’assetto è lineare, così come l’equazione che ne deriva (un’equazione è lineare quando presenta un’unica variabile). Ma quando il coefficiente prende il valore di n , la retta inizia ad inclinarsi e l’uguaglianza nel rapporto ad incrinarsi ed è così che il legame si trasforma in obbligo. E più il valore del coefficiente si discosta da zero, più la situazione diventa allarmante.

Rimango affascinata da come la geometria, seppur così astratta, sia tanto illuminante ed efficace quando applicata ai rapporti umani.

Ma ritorniamo un attimo alla linguistica. Esiste per fortuna un altro significato, un altro senso, che non è il sesto. Anzi, ora che ci penso, forse è proprio questo il sesto senso. Insomma, parlo del senso figurato, secondo il quale il vincolo non è altro che un “legame di natura affettiva, morale, sociale” -come sempre la Treccani precisamente spiega.

Un legame di amicizia, per esempio. Precisamente quello di cui Nelson, ingiustamente accusato, stava parlando.

(Giulia Cina)

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