Cannes

Cannes: Sorrentino nella giuria del Festival
Il regista italiano Paolo Sorrentino farà parte della giuria del 70esimo Festival di Cannes, che si terrà dal 17 al 28 maggio, presieduta dal regista spagnolo Pedro Almodòvar. Sorrentino era già stato in concorso a Cannes con ‘Le conseguenze dell’amore’ ‘Youth – la giovinezza’, ‘La grande bellezza’, ‘This must be the place’, ‘Il divo’, ‘L’amico di famiglia’, ‘le conseguenze dell’amore’. Oltre a Sorrentino e Almodòvar la giuria sarà composta dall’attrice Jessica Chastain, la regista tedesca Maren Ade, il regista Park Chan-wook, l’attrice e regista francese Agnès Jaoui, l’interprete cinese Fan Bingbing, l’attore di Hollywood Will Smith, l’attrice Jessica Chastain, il regista coreano Park Chan-Wook e il compositore Gabriel Yared.

Inside out e la filosofia morale

INSIDE OUT
Il ruolo delle emozioni nella vita dell’uomo.
INTRODUZIONE:
In questo saggio parlerò del film ‘INSIDE OUT’ e delle riflessioni filosofiche che esso suscita da un punto di vista della filosofia morale. Più in particolare mi riferirò al saggio ” La moralità è riducibile alle emozioni?” di Mario De Caro nel libro ”Siamo davvero liberi?” di De Caro- Lavazza- Sartori per stabilire la relazione tra filosofia e natura, tra fisiologia e moralità e la funzione delle emozioni nel guidare le azioni/decisioni umane.
TRAMA:
Inside out è un film di animazione diretto da Pete Doctor, con Amy Phoeder, Phyllis Smith, Mindy Kaling, Lewi Black, Bill Hader, prodotto dalla Walt Disney che parla di Riley, una ragazzina di undici anni che conduce una vita felice tra l’amica del cuore e due genitori che cresce insieme alle sue emozioni rappresentate da pupazzi di colori diversi: la rabbia è rossa, la tristezza è blu, la gioia è gialla, la paura è viola, il  disgusto è verde.
INSIDE OUT CONFERMA L’EMOTIVISMO:
Tale film è importante per la scienza dell’azione perché mette in luce il fatto che tutti noi siamo composti da più emozioni che guidano il nostro comportamento nella vita quotidiana e dunque sono responsabili delle nostre decisioni e delle nostre relazioni sociali. Tali emozioni si collocano in una dimensione onirica alternativa a quella reale che scandisce l’inconscio. Tale film confermerebbe l’emotivismo, ossia la teoria filosofica seconda la quale i concetti morali esprimono le reazioni
fisiologiche di approvazione o rifiuto da parte degli agenti in contesti in cui sono in gioco relazioni interpersonali.
SECONDO MARIO DE CARO LE EMOZIONI SONO NECESSARIE, MA NON SUFFICIENTI PER LA MORALITA’:
Nel libro ‘Siamo davvero liberi?’ di De Caro, Lavazza, Sartori, in particolare nel saggio ‘La moralità è riconducibile alle emozioni?’ di Mario De Caro
egli parla del cosiddetto ‘problema della collocazione’ ossia della relazione tra la filosofia e la natura.
Parte dall’assunto di Chapman secondo cui il disgusto morale è fisiologicamente identico al disgusto gustativo.
Secondo Chapman e colleghi il trasferimento del segnale fisiognomico di disgusto dall’ambito alimentare a quello orale sarebbe un caso di ”esaptazione” ovvero di trasposizione di un tratto biologico originariamente selezionato per una data funzione a una funzione di tipo diverso.
Stando così le cose il disgusto morale e quello fisiologico sarebbero sullo stesso piano.
Tuttavia, la mia reazione di disgusto morale si accompagna a una valutazione normativa che non è affatto presente nel disgusto alimentare.
Ciò mostra che il disgusto morale, in virtù dell’essenziale componente normativa cui è legato, ha proprietà diverse dal disgusto alimentare:
dunque, al contrario di quanto assunto da Chapman e colleghi, per la legge di Leibniz queste due forme di disgusto non sono identiche: il disgusto
morale è diverso, dal disgusto alimentare. De Caro giunge alla conclusione che il tentativo di descrivere i nostri atteggiamenti morale con lo strumentario
non normativo della psicologia evoluzionistica è inadeguato, perché quando descriviamo l’ambito della moralità, non possiamo fare a meno di usare concetti
intrinsecamente normativi.
CONCLUSIONE:
Le emozioni svolgono un ruolo determinante nella nostra vita quotidiana, nel causare le nostre azioni. Tuttavia, il disgusto morale e quello gustativo/emotivo non coincidono perché il disgusto morale include una valutazione normativa che non è presente nel disgusto alimentare. Da ciò si deduce che la natura è necessaria per la filosofia, ma non sufficiente, poiché la filosofia, oltre alla natura, contiene una componente normativa.

Autismo, torna in sala “Life, Animated”.

Per la 10ma Giornata Mondiale della consapevolezza dell’autismo il 2 aprile e nei prossimi giorni torna in molte sale italiane ”Life, Animated”, il documentario candidato all’Oscar che racconta la storia di Owen.

Egli è un ragazzo che all’età di tre anni ha cominciato a manifestare una forma di autismo. Egli, chiuso in se stesso, incapace di elaborare le proprie emozioni, trova nei film Disney un modo per superare il muro che lo separa dal resto del mondo. Egli riesce, attraverso una lenta maturazione, a raggiungere l’indipendenza e a entrare nella società.

”Questione di tempo” (tempo interiore e tempo esteriore)

In questo articolo analizzerò il film ”Questione di tempo”, presentandone innanzitutto la trama. In seguito farò un paragone tra ‘Questione di tempo’ e ‘Ricomincio da capo’ per osservare come entrambi i film giungano alla stessa conclusione: la vera forza, così come la vera conoscenza, consiste proprio nell’accettazione dei propri limiti e nel riconoscimento e apprezzamento delle imperfezioni umane. Così come ”Ricomincio da capo” ci fa capire che ”da uomini si è infinitamente migliori”, allo stesso modo ”Questione di tempo” ci fa capire che anziché tornare indietro nel tempo e cercare di cambiare gli eventi a proprio piacimento l’unica cosa da fare è vivere ogni giorno al meglio apprezzando la vita per la sua semplicità e le sue ‘imperfezioni’ e trarre insegnamento da esse.

Il film inglese del 2013 ‘Questione di tempo’ (About time), scritto e diretto da Richard Curtis, parla di un ragazzo di ventuno anni, di nome Tim, che vive in Cornovaglia, al quale, dopo l’ennesima deludente festa di Capodanno, il padre, Bill Nighy, confessa il segreto di famiglia: tutti gli individui di sesso maschile del ramo paterno qualora si chiudano in un luogo buio e stringano con forza i pugni pensando alla situazione già vissuta in cui vogliono andare, hanno sempre avuto la capacità di viaggiare nel tempo. Tim può dune modificare i singoli avvenimenti per correggere il proprio futuro, tuttavia deve stare attento al cosiddetto ”effetto farfalla”: piccole variazioni alle condizioni iniziali producono grandi cambiamenti nel comportamento a lungo termine del sistema perciò tale potere deve essere usato solo per quegli eventi che trasformano la vita in quella che si desidera.

Nighty utilizza tale potere per leggere il più possibile, anche gli stessi libri più volte, un altro parente per avere tantissimi soldi e Tim per trovare una ragazza. Tuttavia egli constata quasi subito che ”non basta essere padroni del viaggio nel tempo per fare innamorare qualcuno” (citazione dal film). Giunto a Londra dalla Cornovaglia per diventare avvocato, Tim incontra Mary. I due si innamorano, ma per colpa di un fatale viaggio nel tempo di allontanano per sempre. Ma s’incontrano di nuovo, come se fosse la prima volta, e continuano a incontrarsi ancora fino a quando, giocando d’astuzia contro il tempo, Tim riuscirà finalmente a conquistare il suo cuore. Dopo una serie di peripezie, però, Tim si rende conto che tale potere rende la sua vita più complicata anziché migliorarla, non risparmiandogli le normali sofferenze della vita, e che l’unica cosa da fare anziché tornare indietro nel tempo a proprio piacimento è vivere ogni giorno al meglio, senza le ansie che impediscono di cogliere la bellezza della vita quotidiana, come il padre saggiamente consiglia, e renderlo speciale.

In entrambi i film il tempo svolge un ruolo preponderante, tuttavia mentre in ‘Ricomincio da capo’ Phil Connors, pur cercando di volgere l’onniscienza a proprio favore, è vittima del tempo che si ripete, in Questione di tempo Tim è padrone del tempo, è lui che decide in quale momento della sua vita tornare e quale situazione cambiare. Tuttavia in entrambi i film solo i protagonisti si rendono conto della ripetizione, mentre tutti gli altri personaggi no: in entrambi i film si può fare una distinzione tripartita tra tempo ”soggettivo” (in ”Ricomincio da capo” di Phil Connors; in ”Questione di tempo” di Tim), tempo ”oggettivo” (il calendario che tutti gli altri aspettano), e tempo ”della narrazione” (i giorni che effettivamente ci vengono mostrati nel film) (Stramaledettamente logico).

L’altra caratteristica in comune dei due film è il ruolo principale dell’amore che sia Connors che Tim scelgono come campo nel quale esercitare la propria ”onniscienza”. Entrambi capiscono che il vero senso della vita è l’amore: amare e essere amati, fare del bene agli altri, in maniera incondizionata e non funzionale. Tale concetto è più evidente in ‘Ricomincio da capo’ in cui Connors, per approfittare della ripetizione, della sua onniscienza, del fatto che le sue azioni, qualsiasi esse siano, non abbiano una conseguenza, dapprima compie azioni immorali, quali guidare contromano o altre cose del genere, dando libero sfogo agli impulsi più brutali e infantili, infrangendo le regole alle quali era stato sottoposto tutta la vita; in seguito si rende conto che la vera libertà non consiste nell’essere padroni del mondo, ma di se stessi e della propria vita, facendo del bene agli altri: l’altruismo è l’unica vera chiave della felicità.

Sia Connors che Tim giungono alla stessa conclusione per cui il loro potere non basta per far innamorare qualcuno, non basta conoscere gli eventi in sé, ma bisogna fare un percorso di conoscenza più profondo, più interiorizzato; è necessario cambiare se stessi per dare una svolta effettiva alla propria vita. ”Connors infatti spezzerà il cerchio infernale quando passerà da una conoscenza che si limita a raccogliere i dati a una conoscenza che lo trasforma” (stramaledettamente logico) così come Tim si renderà conto che anziché cambiare gli eventi bisogna cambiare se stessi e il modo nel quale si affronta la vita.

In realtà sia Ricomincio da Capo che Questione di tempo non sono film che riguardano il tempo, ma la metafisica delle possibilità, vista attraverso la metafora del tempo come serbatoio di possibilità (Stramaledettamente logico). A tal proposito penso sia dovuto citare Kundera, il quale, nell’arte del romanzo affronta la relazione che lega l’esistenza  e la possibilità: il romanzo non indaga la realtà, ma l’esistenza. E l’esistenza non è ciò che è avvenuto, l’esistenza è il campo delle possibilità umane, di tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di cui è capace. I romanzieri disegnano la carta dell’esistenza scoprendo questa o quella possibilità umana. é necessario dunque intendere tanto il personaggio quanto il suo mondo come possibilità’. Tim, come anche Connors, approfittano dei loro poteri per esplorare tali varianti parallele del mondo reale.

In conclusione, sia Tim che Connors capiscono che ”viaggiamo tutti insieme nel tempo, ogni giorno della nostra vita e possiamo fare solo del nostro meglio per gustare questo viaggio straordinario” (cit. del film) dunque ciò che conta non è cambiare gli eventi in sé, ma se stessi e il punto di vista con il quale si guardano essi, e dunque apprezzare la vita per la sua semplicità anziché tentare di cambiarla.

Lei

In questo saggio parlerò del film ‘Lei’: partendo dalla trama del film, analizzerò il ruolo della tecnologia nel mondo attuale, per evidenziarne la pericolosità in quanto possibile sostituzione completa della realtà in atto, come risultato del naturale meccanismo proiettivo della mente umana.

Lei è un film del 2013 scritto e diretto da Spike Jonze che descrive l’importanza della tecnologia nella vita delle persone. Il film, ambientato a Los Angeles, vede come protagonista Theodore Twombly, un uomo solo e introverso, che, per mestiere, elabora lettere per conto di altri, dettandole al computer. Theodore, dopo essersi lasciato con la moglie Catherine, s’innamora del proprio sistema operativo, ”OS 1”, nonché ”Samantha”, basato su un’intelligenza artificiale in grado di adattarsi alle esigenze dell’utente, di apprendere e elaborare emozioni, con le stesse, se non superiori, capacità cognitive dell’uomo, ma con il limite di non essere dotato di un corpo. I due, avendo instaurato una relazione amorosa a tutti gli effetti, tentano addirittura di avere un rapporto sessuale fisico, attraverso una ragazza di nome Isabella, che, informata della loro relazione, si presta a ”impersonare” Samantha, tuttavia l’esperimento non rivela gli esiti sperati, poiché Theodore s’inibisce. Le distanze tra loro aumentano fino a che Samantha gli confessa che la velocità di evoluzione delle intelligenze artificiali la sta portando sempre più lontano da lui e infine scompare definitivamente dal computer di Theodore.

Innanzitutto ritengo sia importante sottolineare il ruolo della tecnologia all’interno dell’attuale universo della comunicazione. L’attuale universo della comunicazione è un universo fluido che esclude dalla sua organizzazione qualsiasi vertice piramidale abbracciando e integrando tutte le forme di espressione, tutti i media, secondo il processo di ”rimediazione” (in inglese ”remediation”). Tale termine, coniato da Bolter e Grusin, indica il confronto e l’interazione di ogni medium da parte del successivo: ogni medium integra il medium precedente e lo porta ad un livello successivo, da un punto di vista tecnologico, facendo sì che gli utenti della tecnologia siano allo stesso tempo mittenti e destinatari della comunicazione.

Tuttavia, un equivoco nel quale si incorre molto spesso, è quello di far coincidere la virtualità con la tecnologia: gli strumenti tecnologici non corrispondono al concetto di virtuale, poiché il concetto di virtuale precede la tecnologia, che non ha fatto altro che potenziare il virtuale, svilupparlo, nonostante esso fosse già preesistente. Il termine ‘virtualità’, infatti, deriva dal latino ‘virtus’, e comprende tutto ciò che è in potenza (vedi ‘vis’ ossia ‘forza’), ma non in atto, esso si colloca nella frontiera tra la realtà e la fantasia. Tuttavia a differenza di quanto si pensi generalmente ”essa non spalanca nessuna dimensione alternativa al reale’. Offre viceversa un ventaglio sconosciuto di modulazioni dell’esperienza percettiva, fino a mostrare ogni aspetto non più come un dato, bensì come il prodotto di una tra le innumerevoli modalità di percezione possibile” (Arturo Mazzarella, La grande rete della scrittura).

Avendo considerato l’attuale universo della comunicazione, all’interno del quale la letteratura ha perso il suo ruolo privilegiato, è opportuno sottolineare che il termine stesso di ”narrazione”, pur avendo una genesi letteraria, ha subito una migrazione extra-letteraria e extra- artistica, estendendosi anche ad ambiti quali le scienze cognitive, per esempio. ”Narrazione”, infatti, ‘è la risposta di una tradizione di ricerche che ha sviluppato sul terreno sperimentale l’ipotesi freudiana di una nostra propensione all’autoinganno, di una tendenza cioè a fabbricare spiegazioni ”di comodo” delle nostre condotte’ (Coscienza e responsabilità di Massimo Marraffa e Elisabetta Sirgiovanni), attraverso il processo della confabulazione.

Un esempio di confabulazione è dato da un esperimento di psicologia sociale durante il quale ai soggetti vengono presentate due carte, ognuna delle quali presenta una faccia umana, e il soggetto deve sceglierne una, in base alle proprie preferenze. Tuttavia, nonostante lo sperimentatore talvolta dia al soggetto la carte che egli non ha scelto, senza che quest’ultimo se ne accorga, il soggetto giustifica comunque la scelta di tale carta, nonostante non corrisponda alla sua vera scelta.

Dunque, nell’ambito delle scienze cognitive, il fenomeno della ”narrazione” e quello della confabulazione sono una dimostrazione della tendenza umana di distorcere la realtà a proprio piacimento, generalmente per soddisfare i propri bisogni ed evitare la sofferenza, fintanto da poter addirittura arrivare ad una vera e propria dissociazione dalla realtà, nel caso di molti disturbi psichici.

Il film ‘Lei’ non fa altro che mettere in luce questa tendenza umana per cui l’uomo, in questo caso Theodore, arrivi a soddisfare i propri bisogni attraverso l’immaginazione grazie alla tecnologia, in quanto strumento di potenziamento del virtuale. Theodore non fa altro che proiettare su ”Samantha” la ragazza di cui egli ha bisogno in quel momento. Del resto, come dice ‘Amy’, la migliore amica di Theodore, ”innamorarsi è una pazzia, è come se fosse una follia socialmente accettabile”, per cui non si fa altro che utilizzare l’altro come mezzo per incarnare la nostra idea di amore, in quanto soddisfazione dei propri bisogni.

Nel film ‘Lei’ il desiderio di Theodore di aver affetto e compagnia è talmente forte da indurlo a innamorarsi del proprio sistema operativo, pur non essendo esso dotato di un corpo, pur non avendo una reale esistenza. Egli simula una storia d’amore vera e propria con Samantha, fino addirittura ad avere un attacco di panico per l’assenza della sua Samantha che in realtà non è in quel momento disponibile perché sta facendo un upgrade. Theodore si sente addirittura tradito quando scopre che Samantha interagisce con molteplici altri utenti oltre a lui.

Theodore, in pratica, utilizza la tecnologia per simulare la realtà che egli desidera in quel momento, che, pur esistendo solamente in potenza, ma non in atto, diventa a tutti gli effetti la sua realtà. La realtà dunque non è altro che il risultato di una proiezione mentale dell’uomo e tale film mette in luce la pericolosità della tecnologia in quanto essa, soddisfacendo la realtà proiettiva dell’uomo, possa arrivare a sostituire totalmente la realtà effettiva.

L’onda

In questo articolo analizzerò il film ‘L’onda’ in quanto esempio del fenomeno di deindividuazione. Dapprima parlerò della trama del film e poi passerò in rassegna alcuni esperimenti psicologici che dimostrano il fenomeno della deindividuazione e in conclusione mostrerò come tale fenomeno sia alla base del film in questione.

L’onda è un film del 2008, diretto da Dennis Gansel, tratto dall’omonimo romanzo di Todd Strasser, che parla di un insegnante di una scuola superiore tedesca, Reiner Wenger, il quale, durante la settimana a tema, si trova a dover affrontare il tema dell’autocrazia. Gli studenti, interpellati sul significato della parola ‘autocrazia’, non possono fare a meno di menzionare la dittatura tedesca e manifestare il loro disinteresse per un argomento che considerano esaurito: ‘una dittatura di quel genere non sarebbe più possibile nella moderna Germania’, affermano risoluti, ‘perché la gente ha imparato dagli errori del passato’.

Alché l’insegnante, per dissuaderli dalla loro posizione e dimostrare loro come sia invece facile manipolare le masse, simula la nascita di una struttura sociale autoritaria all’interno della classe, della quale egli, per volontà della classe stessa, rappresenta il leader. L’esperimento impone alla classe tutti quegli elementi che caratterizzano un’autocrazia: oltre al leader, un nome, un saluto, una divisa, un logo, nonché una disciplina ferrea.

Tuttavia, se in un primo momento l’insegnante vuole solamente condurre un esperimento sociale dimostrativo, egli si rende poi conto che i ragazzi hanno cominciato a prendere l’Onda troppo sul serio: gli studenti, carichi della forza del gruppo, compiono atti vandalici in giro per la città e manifestano un certo razzismo per tutti coloro i quali non aderiscono al gruppo. Quando Reiner decide dunque di interrompere l’esperimento è ormai troppo tardi: Tim, uno studente particolarmente fragile, non appena l’insegnante proclama la fine dell’Onda, dopo aver sparato ad un compagno, si suicida, poiché l’Onda rappresentava, ormai, per lui, l’unica ragione di vita. Wenger, responsabile dell’accaduto, viene arrestato.

Tale film è molto interessante per analizzare il concetto della deindividuazione ossia l’influenza del gruppo sul singolo per cui l’individuo, se spinto da un ente esterno, possa arrivare a compiere atti che altrimenti non compierebbe. Nel film infatti, non appena uno dell’Onda mostra un atteggiamento critico nei confronti del movimento, il professor Wenger incita un altro membro dell’Onda a punire ‘il disertore’, (cosa che in seguito si rivela soltanto uno scherzo del professore). E tale membro si rivela pronto a impartire la punizione, senza esercitare alcun tipo di critica, solamente perché il suo leader glielo ha comandato. Gli atti vandalici, la violenza, il bullismo e la trasgressione delle regole da parte dei membri dell’Onda sono tutti giustificati dalla forza del gruppo.

L’esperimento psicologico della prigione di Stanford, diretto nel 1971 dal professor Philip Zimbardo della Stanford University si basa sulla teoria della deindividuazione dello studioso francese del comportamento sociale Gustave Le Bon, secondo la quale, come sopradetto, gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, i valori morali. Tale esperimento realizzato nel seminterrato dell’Istituto di psicologia dell’Università di Stanford, a Palo Alto, prevedeva la riproduzione fedele dell’ambiente di un carcere. In conclusione, Zimbardo fu costretto a sospendere l’esperimento perché nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi la prigione finta era diventata una prigione vera.

Nel 1956 lo psicologo sociale polacco Solomon Asch condusse un esperimento di psicologia sociale atto a dimostrare che l’essere membro di un gruppo è una condizione sufficiente a modificare le azioni e i giudizi di una persona. L’esperimento prevedeva che 8 soggetti, di cui 7 complici dello sperimentatore all’insaputa dell’ottavo (soggetto sperimentale), si incontrassero per quello che sembrava un normale esercizio di discriminazione visiva. Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente mentre su un’altra scheda vi era disegnata un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda. Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede. Dopo una serie di ripetizioni ”normali” alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata. Il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi rispondeva anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. In conclusione, pur sapendo soggettivamente quale fosse la ”vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva di assumere il giudizio esplicitato dalla maggioranza.

 

Nel 1961 lo psicologo statunitense Stanley Milgram condusse un esperimento di psicologia sociale per analizzare il comportamento di soggetti ai quali un’autorità ordinò di eseguire delle azioni in conflitto con i loro valori etici e morali. Il ricercatore (V) ordina al soggetto (L-insegnante) di punire con scosse elettriche, che l’insegnante crede siano dolorose un altro soggetto (S-allievo), che in realtà è un attore complice. Molti soggetti hanno continuato a dare scosse elettriche nonostante le suppliche di misericordia da parte degli attori. Tale esperimento dimostra quanto i valori etici e morali vengono messi da parte, qualora si è comandati da un’autorità esterna e dunque quanto si sia manipolabili.

Un altro caso di deindividuazione che ci riguarda molto da vicino è quello degli estremismi religiosi come l’ISIS che fa sì che gli individui compiano atti estremi a causa di una riduzione del senso di individualità. Chi è sorgente dei propri atti ne è responsabile, chi non lo è invece non può essere giudicato in base ad essi per questo la deindividuazione causa un allentamento dei limiti normalmente posti al comportamento inducendoci a compiere atti che non avremmo compiuto da soli.

In conclusione, l’Onda, come tutti gli esperimenti psicologici sopraelencati, è un esperimento di deindividuazione che mette in luce quanto i membri perdano la propria individualità all’interno del gruppo e arrivino a compiere atti che non avrebbero altrimenti compiuto, giustificati dalla forza del gruppo. Inoltre, è importante sottolineare quanto nell’Onda, come anche nell’esperimento di Zimbardo, seppure i membri sappiano che si tratti solamente di finzione, credano veramente nell’appartenenza al gruppo tanto che essa diventi addirittura la loro ragione di vita. L’appartenenza ad un gruppo, infatti, soddisfa un bisogno naturale dell’uomo, che, essendo un animale sociale, ha un bisogno spasmodico del suo ‘branco’ e dunque di conformarsi ad esso per essere accettato.