L’era dello smalto

Non scrivi forse con le mani?

Non sono forse sempre le tue mani a toccare i tasti del pianoforte?

Non è forse anche quella fisicità?

 

 

Lo smalto aveva scandito una nuova era.

L’era del digitale.

L’era in cui la realtà fisica lascia il passo al virtuale.

 

 

Dobbiamo riappropriarci delle nostre mani,

delle nostre unghie, della nostra rabbia.

Il rosso dello smalto non era simbolo né di vanità, né tantomeno di passione.

 

 

Quel rosso era la rabbia, quel rosso era sangue,

quel rosso, fintamente lezioso, era il sangue rimasto in bocca al leone dopo aver

sbranato la sua preda.

 

 

La rabbia viscerale, quella morsa che le serrava lo stomaco

era un rifiuto categorico per la passività, per l’inattività,

per la ripetitività pigra, per l’abitudine sciocca.

 

 

No, preferiva soffrire, preferiva la solitudine, preferiva la tristezza più estrema,

ma niente avrebbe potuto fermare il suo desiderio di scoperta,

di novità, di disagio esistenziale che tante volte si creava da sola,

nel quale si cullava e che era la sua fonte di ispirazione preferita.

 

 

Eppure quando perse la verginità le sue lenzuola non si macchiarono di sangue,

ma d’inchiostro. Quello stesso inchiostro che lei, da ubriaca, aveva sparso sul

proprio divano bianco, ripetendosi le parole dell’amica.

 

Quest’ultima l’accusava di ‘macchiare’ la Venere di Milo, di sporcare il loro

rapporto idilliaco. E allora lei, con le parole dell’amica nella testa, tornata a casa,

aveva voluto simulare tale reato.

 

 

Perché mi accusi di piacerti?

Perché ho il terrore di essere felice.

Com’è facile

Com’è facile il passaggio dalla guancia alla bocca,

com’è facile il passaggio dalla carezza alla botta.

 

Com’è facile ricadere in vecchi vizi

Com’è facile rinchiudersi negli interstizi.

 

Sfizio e sfascio

Prendo e lascio.

 

I confini sono labili,

non solo quelli geografici,

ma anche quelli sessuali.

La virtualità

L’universo della comunicazione è fluido: la grande rete della scrittura esclude dalla sua organizzazione qualsiasi vertice piramidale abbracciando e integrando tutte le forme di espressione, tutti i media, secondo il processo di ”rimediazione” (in inglese ‘remediation’). Tale termine, coniato da Bolter e Grusin, indica il confronto e l’integrazione di ogni medium da parte del successivo: ogni medium integra il medium precedente e lo porta ad un livello successivo, da un punto di vista tecnologico.

Il nostro errore è identificare la virtualità con quei mezzi che l’hanno potenziata, tipo il computer, mentre la virtualità è un concetto che va al di là dei media che l’hanno potenziata, la virtualità non coincide con la tecnologia. I media digitali non hanno fatto altro che sì che la letteratura prendesse coscienza della sua virtualità.

Perciò, nell’universo della comunicazione, la letteratura perde la sua posizione privilegiata attribuitagli nel passato e assume un valore extra-letterario: è importante rivolgersi alla letteratura per uscire da essa; la letteratura è come un laboratorio utile per capire le altre tecniche narrative. Il termine ‘narrazione’ che vuol dire ‘racconto di un evento che si svolge nel tempo secondo un certo punto di vista’ proviene dall’universo letterario e si è esteso ad altri ambiti non solo artistici, ma anche extra-artistici, come le scienze cognitive.

Tuttavia, il linguaggio letterario si distingue dal linguaggio comune in quanto ripristina la creatività, contenuta già nel linguaggio stesso, che viene tuttavia quotidianamente soppressa per un principio di economia espressiva, per convenzione: il nostro linguaggio è finzione in quanto il rapporto tra parole e cose è ‘arbitrario’ e ‘immotivato’ (vedi Saussure). Da ciò segue che l’universo della finzione (dal lat ‘fingere’ che vuol dire ”modellare, raffiguare, rendere concreto”) è interno all’universo linguistico.

La comunicazione nel tentativo di accedere alla realtà si serve di ‘immagini’ create ad immagine e somiglianza della realtà stessa, appunto, attraverso la finzione, nella sua accezione etimologica del termine. Un’altra differenza tra la letteratura e le altre tecniche narrative oltre alla creatività è che in letteratura si analizza il punto di vista, mentre nelle altre si parte dal punto di vista, ma non lo si analizza.

Da ciò si evince che il linguaggio letterario è dilatato in quanto ammette una molteplicità di punti di vista, propri della narrazione stessa: a seconda del punto di vista cambia l’evento stesso narrato. La potenza stessa dello scrittore sta nel riconoscere i propri limiti in termini di adesione alla realtà e giocare con essi; sfidare la frontiera tra realtà e fantasia. Ed è proprio in tale frontiera che si colloca il concetto di virtualità.

Tale termine, che deriva dal latino ‘virtus’, comprende tutto ciò che è in potenza, ma non in atto. Tuttavia, a differenza di ciò che si pensa generalmente, la virtualità non è aldilà della realtà, è un allargamento di esso, è un’apertura alla realtà: è la realtà senza confini, vista come se fosse la prima volta, secondo il fenomeno dello ‘straniamento’.

La letteratura, in quanto laboratorio sperimentale, mostra le potenzialità del linguaggio letterario ed è per questo da considerarsi virtuale. La narrazione stessa è virtuale in quanto si tratta di un sistema aperto di eventi- ogni narrazione può essere completata e ciò che sarebbe potuto essere non è meno importante di ciò che è stato. La narrativa non è altro che una casa con un numero incalcolabile di finestre, ossia di punti di vista. L’unica vera forza consiste nel riconoscere i limiti di tale sistema e accettare le molteplicità dei punti di vista, riconoscendoli e facendoli propri.